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Sofferenza  -  Dolore


La sofferenza è sorella al dolore e chiama madre la personalità.

Il dolore riconosce lo Spirito come padre.

La sofferenza è involuzione perché è inazione.

Il dolore è evoluzione perché produce sostanziali cambiamenti nell'essere, profonda riforma nel carattere, incide severamente sul vizio e sprigiona virtù. È azione perché sublima "le forme di vita preumane" fino alla forma umana pensante, atta cioè ad intendere-volere-riflettere su se stessa.

Inchiodati su tre croci tre uomini agonizzavano. Quello di mezzo pregava, contenendo dentro di sé, le tenebre che scendevano in lui. Quello di sinistra, bestemmiava e si torceva negli spasmi. Quello di destra, fissando lo sguardo nel vicino crocifisso, traeva dalle atrocità delle sue pene una commozione tenera e profonda che divenendo limpida fede gli svelava nel compagno di supplizio il Redentore:

"Oh Signore, ricordati di me quando sarai nel tuo regno"… gemette.

"Oggi sarai meco in paradiso"

Così dicendo, Gesù fece l'aurora sulla fronte del primo redento.

Il crocifisso di sinistra soffriva, smaniava, imprecava, malediceva: si involveva.

Il crocifisso di destra dolorava e si evolveva.

Badiamo bene a come soffriamo, perché se soffriamo come il crocifisso di sinistra, la nostra sarà una sofferenza pericolosamente inutile.

Abbiamo detto:

La sofferenza è l'attrito attraverso il quale la materia diventa Psiche.

Il dolore è l'attrito attraverso il quale Psiche tende ad annullarsi nello Spirito.

La sofferenza sta alla personalità. Il dolore sta alla Persona.

I dolore puro è uno stato mentale. Uno stato di conoscenza profonda dell'essere.

La mèta dell'uomo è l'Amore. Non gli amori.

Colui che percepisce quanto si è allontanato dalla mèta divina: dolora.

Il dolore è amore. Lo si percepisce spiritualmente.

Il dolore è accusare una carenza spirituale che attualmente non è in potenza. È il renderci conto ci viene a mancare qualcosa di insostituibile.

La sapienza, sotto questo aspetto, diventa Amore perché è dolore.

È il: "Padre mio perchè mi hai abbandonato?"

E qui Gesù vive una perfetta contrizione perché si vede abbandonato dalla Méta: dal Padre che è nei cieli.

La maggior parte degli uomini è capace solamente di attrizione, non di contrizione. È la attrizione che ci avverte della rottura di un certo rapporto. L'attrizione non rimuove mai la causa della rottura. Questo è compito della contrizione.

Il dolore è legato non al corpo cellulare ma all'anima. Esso è possibile solo se vi è l'anima. Cesserà con il cessare dell'anima.

Noi piangiamo quando superiamo la sofferenza ossia quando la nostra sofferenza si placca nell'abbandono dell'anima al dolore.

Il dolore interiore può essere placcato quando raggiunge l'acme della conoscenza a mezzo della quale intuiamo l'acquisizione della indispensabilità del dolore. È qui che si intuisce che il dolore ha la sua ragione d'essere.


Tratto da una delle opere di Guglielmo Marino

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